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Il 5 maggio 1998 è una data che resterà, purtroppo, nella memoria di tutti come una delle più tragiche giornate per la
Campania e per tutta l’Italia, e come simbolo del grave problema del dissesto idrogeologico nel nostro Paese. Nel p
aese di Quindici (Avellino) prima, in quelli di Bracigliano, Siano e Sarno (Salerno) dopo, verso le 4 del pomeriggio, vengono colpite da un forte acquazzone, che fa salire il livello
delle acque nei Regi Lagni (così si chiamano gli antichi bacini costruiti sui Monti di Sarno per consentire il deflusso delle acque piovane) comincia a salire.Dopo qualche ora, quasi contemporaneamente sul versante salernitano e su quello avellinese, dei violenti boati precedono le prime violente ondate di fango, che fanno saltare le comunicazioni,
seminano il panico fra la popolazione, e provocano i primi morti nelle frazioni di Curti (Braciglia
no) ed Episcopio (Sarno). Ma è soltanto verso le 8 di sera, mentre sul lato avellinese la tragedi
a è già compiuta, che un immenso fiume di fango viene giù dal Pizzo d'Alvano, riempiendo strade ed abitazioni, e segnando l’inizio di quattro ore di terrore. Continui boati e ondate di fango si susseguono in continuazione fin
quando, verso mezzanotte, ar
riva l’ultima e più violenta frana a seppellire letteralmente la frazione di Episcopio e l’Ospedale in essa ubicato. Alla fine si conteranno in centinaia morti. La domanda che nasce spontanea di fronte a queste catastrofi è
sempre la solita: sono davvero queste sciagure attribuibili ad eventi “naturali” (piogge eccessive, conformazione dei monti, ecc.), di cui
l’uomo non ha alcuna responsabilità? E’ possibile evitare queste catastrofi, o almeno fare in modo che esse si verifichino provocando danni contenuti alle popolazioni?In effetti, la situazione dei Monti di Sarno era già considerata critica da molto tempo, come si può vedere analizzandone sia le caratteristiche geologiche che quelle riguardanti la vegetazione.
Dal punto di vista geologico, c’è da dire che i monti di Sarno sono costituiti da rocce calcaree, ricoperte però da terreni
vulcanici eruttati dal Vesuvio: tali terreni, non ben saldati con gli strati sottostanti, sono facilmente soggetti a distacco in caso di piogge molto intense. Inoltre, sciolti d
all’acqua e mescolati con detriti di altra specie, si sono trasformati in una miscela fluida che si è mossa con facilità lungo le pendici molto inclinate. C’è poi da aggiungere che da
tempo la cura e la manutenzione dei canali di deflusso era trascurata.Per quanto riguarda la vegetazione, invece, c’è da dire che essa era ed è tuttora fortemente
degradata, cioè poco folta, con radici poco profonde, del tutto trasformata rispetto alla vegetazione originaria. Questo fa sì che la f
unzione positiva svolta dalla vegetazione nell’azione di contenimento delle acque piovane sia di molto sminuita, con un aumento conseguente del rischio di frane e distacchi.Fra le cause principali di tale situazione ci sono i continui interventi di taglio, i frequenti incendi (quasi totalmente di origine dolosa) che si verificano nel periodo estivo, l’apertura di nuove
strade o di cave per l’estrazione di pietra.La situazione del territorio circostante, in particolare del comune di Sarno, getta ulteriore luce
sulle cause che hanno accresciuto i danni che le frane hanno arrecato all popolazione. Oltre 400.000 metri cubi di costruzioni abusive sono stati distrutti, nelle zone maggiormente colpite dalla frana: se le case non
fossero state costruite in aree geologicamente a rischio, i danni a cose e persone sarebbero stati sicuramente inferiori.
Cosa è stato fatto, in tre anni, affinché tragedie del genere non si ripetano?
Purtroppo la tragedia non sembra avere insegnato molto, se guardiamo a quali sono stati gli interven
ti progettati ed eseguiti per “evitare” il ripetersi di simili eventi catastrofici.Anziché procedere con interventi di ingegneria naturalistica (riforestazione e messa in sicurezza
realizzata tramite barriere naturali), come in altre parti di Italia, si è preferito ricorrere all’”imbrigliamento” della montagna tramite delle opere in cemento, fra cui enormi canali per la
regimentazione delle acque e vasche di raccoglimento per eventuali colate di fango collocate a valle.Tali opere semb
rano più motivate dalla volontà di “mettere una pezza” a futuri crolli e frane piuttosto che cercare di risolvere a monte il problema della instabilità dei Monti di Sarno; le
opere realizzate in quota, poi, secondo il parere di molti ingegneri, possono a loro volta “appesantire” le pendici, rendendo ancora più precario il delicato equilibrio che impedisce nuove frane.La ricostruzione delle case, inoltre, è avvenuta spesso nei luoghi in cui esse sorgevano
precedentemente, senza tener conto che, in molti casi, essi non sono sicuri da un punto di vista idrogeologico. Per cercare di arrivare ad una ricostruzione e messa in sicurezza più “naturale”, e con meno cemento, oltre che per
conservare i luoghi in cui è avvenuta la tragedia come testimonianza dei danni che l’uomo può provocare sfruttando
indiscriminatamente il territorio, il WWF propose, ad un anno dalla frana del 5 maggio, di istituire un Parco Regionale dei Monti di Sarno. Nessuno dei Comuni interessati ha dato seguito alla proposta. |